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Lipari è, per estensione, la maggiore isola dell’Arcipelago Eoliano. Di origine vulcanica, come le altre Eolie, oggi ospita soltanto sporadiche fumarole e alcune sorgenti di acqua termale. Le sue colline e i suoi valloni, invece, sono ciò che rimane di possenti vulcani, emersi a partire da 200.000 anni fa e che hanno cessato la propria attività nell’Alto Medioevo, con un’ultima eruzione avvenuta nel cono pomiceo di Monte Pelato (nella parte nord-orientale dell’isola); santi, pellegrini ed eremiti contendevano strenuamente a colpi di preghiere le anime dei dannati ai demoni che li spingevano nella bocca di questo cratere, che l’immaginario popolare credeva essere uno dei varchi dell’inferno. Da allora, Lipari è un articolato mosaico di vulcani spenti, mentre degli eremiti resta soltanto l’eco delle leggende.
L’omonima cittadella è il centro principale e, al contempo, l’unico
porto dell’isola; sorta attorno alla rocca fortificata del Castello,
si è rinnovata sulle proprie vestigia, creando un esempio
straordinario di stratificazione che ha permesso agli archeologi di
“rileggere”, in maniera esaustiva, le lunghe vicissitudini occorse
dai primi insediamenti del Neolitico ai nostri giorni, attraverso
sette millenni di storia. Agli albori della sua colonizzazione
umana, Lipari divenne il più importante centro di produzione e
lavorazione dell’ossidiana, il nero “vetro” lavico utilizzato e
apprezzato più della selce, che dall’isola veniva diffuso in tutto
il bacino del Mediterraneo lungo coraggiose rotte commerciali. Con
l’avvento del bronzo, lo sfruttamento di questa risorsa economica
subisce una brusca battuta d’arresto, ma l’isola mantiene una
relativa importanza come punto strategico per il controllo del Basso
Tirreno; è questa forse la ragione principale che spinge un manipolo
di greci dalla penisola di Knidos alle Eolie, dando origine a una
delle più interessanti esperienze di colonizzazione ellenica del
Meridione d’Italia: la terra viene assegnata periodicamente ma resta
patrimonio collettivo (una sorta di comunismo ante litteram),
mentre Lipari diviene celebre per i suoi riti dionisiaci e le
produzioni ceramiche del pittore Nyn e della sua scuola, dove si
utilizzano colori inusuali nelle decorazioni dei vasi, come l’ocra,
il celeste e il verde pallido. Durante le guerre puniche, la potente
flotta dei liparesi, che pure aveva saputo fronteggiare gli Etruschi
nella loro espansione verso Sud, è costretta ad arrendersi ai
Romani, che occupano l’isola e la trasformano in luogo d’esilio. Ma
la vera “latinizzazione” avverrà dodici secoli più tardi, quando i
Normanni occupano l’arcipelago e ne assegnano l’amministrazione dei
beni morali e materiali ai monaci benedettini. Da allora, Lipari
segue le alterne vicende della Sicilia, passando sotto la
dominazione degli angioini, degli spagnoli, fino al drammatico
episodio del “sacco” compiuto dal pirata Khair-ad-Din, che nel 1544
bombarda il Castello e deporta i 10.000 abitanti, in larga parte
venduti come schiavi in Nord Africa. La ripresa è rapida: le
fortificazioni vengono ristrutturate, e per incentivare il
ripopolamento dell’isola vengono introdotti sgravi fiscali nonché il
permesso di “armare le fuste”, cosa che in breve trasformerà
gli armatori liparoti in pirati a loro volta, ai danni delle flotte
barbaresche. Passata senza clamori dal Regno delle Due Sicilie a
quello d’Italia, l’isola vive una stagione di declino, spopolandosi
a seguito dell’abbandono della viticoltura, devastata dalla
fillossera, e svuotata della sua millenaria importanza come tappa
d’obbligo per i bastimenti a vela, che lasciano rapidamente il posto
alle navi a vapore; tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del
Novecento, molte famiglie si imbarcano alla volta dell’Argentina,
degli Stati Uniti e, in seguito, dell’Australia. Dopo la
Liberazione, Lipari cessa di legare il proprio nome agli orrori del
confino politico voluto dal fascismo e si avvia a diventare una
delle più importanti realtà turistiche della Sicilia; questo
graduale e fortunato percorso deve molto al film “Stromboli” del
regista Rossellini, ai pionieri del villaggio “dei francesi”, ma
anche al felice connubio tra il paesaggio naturale, fatto di vulcani
spenti, colate di ossidiana, falesie di pomice, e l’opera dell’uomo,
che nei secoli ha saputo rispettare e integrarsi all’essenza di
questo territorio, sintesi che ha fortemente motivato l’inclusione
dell’isola e dell’intero arcipelago tra i “World Heritage Sites”
riconosciuti dall’Unesco. Pietro Lo Cascio |
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