::IL TANGO PROIBITO: LA DITTATURA::

Una nuova Auschwitz

Trent’anni fa, nel 1976, una giunta militare capeggiata da Jorge Videla, depose Isabelita Peron e assunse il potere.

Inizia un periodo di repressione e di violenza sistematica contro ogni forma di dissidenza. Dal 1976 al 1983 almeno 30000 persone vengono trucidate o scompaiono.

L’efficiente apparato della repressione era formato da trecentoquaranta centri clandestini, che talvolta potevano essere enormi e contenere centinaia di persone come quello di Campo de Mayo, oppure essere minuscoli commissariati di periferia e semplici garage (come l’Olimpo), innocui a passarci accanto camminando per la strada. La Escuela de mecánica de la armada (ESMA) di Buenos Aires, fu il campo più famoso.  

Per tutto il periodo della dittatura, l’ESMA continuò a funzionare come prima, formando le reclute della Marina e dedicandosi alle funzioni abituali di qualsiasi altra scuola, ma una parte si era occultata, cioè si era staccata dalla struttura per formare il campo segreto di concentramento e morte che si chiamava in codice Selenio. Nel campo di concentramento vennero imprigionate durante la dittatura circa 4700 persone, solo 350 sopravvissero.

In questi centri l’uso della tortura fu sistematico e scientifico; molti venivano

esaminati da un medico durante le violenze, per determinare quanto ancora potevano subire.

 

 La  slegarono, la rivestirono e le coprirono gli occhi….L’interrogatore l’informò che a causa del suo rifiuto di denunciare i suoi compagni, avevano deciso di fucilarla.

“Qual è il tuo ultimo desiderio”?, chiese. “Che mi togli la benda. Voglio vedere come mi ammazzano…” La fecero inginocchiare, le puntarono un’arma alla tempia e spararono in aria. Ripeterono quella messinscena per tre volte…

 

“ El Silenzio” di Horacio Verbisky

 

Le donne di Plaza de Mayo sono state le prime a sapere e a non tacere.

Oggi è iniziata una profonda riflessione sui crimini della dittatura. Nella Escuela de Mecànica è stato installato il Museo della Memoria, per non dimenticare, “nunca màs”.

 

 

Il tango come denuncia?

Le dittature dell’Argentina e dell’Uruguay proibiscono le canzoni di Gardel, così come vengono chiuse molte milonghe, per il rischio che diventino luogo di cospirazione: è sufficiente per attribuire al tango il ruolo rivoluzionario di opposizione alle giunte militari?  Probabilmente no, così come non può essere considerato complice della repressione, per il solo fatto che i torturatori alzavano al massimo il volume della musica, per soffocare gli urli delle vittime.

Come dice Meri Lao:”Il tango ospita volentieri la critica, distruttiva, sarcastica, ma si nega ai programmi…” non può essere strumentalizzato, attribuendogli contenuti ed obiettivi alieni. Il tango rappresenta l’identità di una nazione, simbolo di un sentire popolare sedimentato nel corso di un secolo, non ha etichette politiche. La sua sensibilità si alimenta della nostalgia del passato, ma di un passato più ideale che storico, vagheggia una felicità perduta,  lamenta l’abbandono, la perdita dell’amore o della patria lontana, rimpiange la gioventù perduta e coloro che non ci sono più. Certo l’accostamento di questi sentimenti alla tragedia della repressione politica può essere naturale: il volver degli immigrati diventa quello degli esuli  politici in cerca di scampo, la nostalgia per chi non c’è più, può rievocare la denuncia coraggiosa delle madri di Plaza de Mayo… ma non bisogna chiedere al tango quello che non può dare, pena snaturarlo.

 

Il tango è piuttosto la memoria collettiva, il custode del tempo passato, la promessa di continuità:

“…

Anche se la lama ostile o quell’altra lama,

il tempo, li ha fatti perder nel fango,

oggi, più in là del tempo e della morte,

quei morti rivivono nel tango” (El tango, J.Borges)

 

                                                                                                Enza Scalisi