::TANGO ED EMIGRAZIONE::

 

“…ma non era ancora l’America: solo un prolungamento della nave, un frammento della vecchia Europa dove niente è ancora acquisito; dove quelli che sono partiti non sono ancora arrivati; dove quelli che hanno lasciato tutto non hanno ancora ottenuto niente e dove non si può fare altro che aspettare, sperando che tutto vada bene, che nessuno ti rubi i bagagli o i soldi, che tutti i documenti siano in regola, che i medici non ti trattengano, che le famiglie non vengano divise…” (Georges Perec, Ellis Island, 1955)

 

Lipari è stata terra d’emigrazione.

Si registrano due ondate migratorie dalle Eolie: la prima a fine ottocento e l’altra nel secondo dopoguerra.

Nell’800 l’economia liparese era essenzialmente basata sulla lavorazione della pomice, destinata in maniera rilevante ai mercati inglesi, utilizzata prima come abrasivo nell’industria conciaria. La privatizzazione delle cave e la concorrenza interna aveva, in seguito fatto crollare i prezzi, generando scarsi profitti.

L’altra essenziale attività economica era la produzione di malvasia, grazie alla rigogliosa produzione di viti, in particolare nell’isola di Salina. Grandi consumatori di malvasia erano i soldati inglesi che,  stazionavano a Messina, durante il periodo che va dai primi dell’800, al 1815.

La Sicilia, infatti, era sfuggita al dominio napoleonico e, sotto l’influenza inglese, aveva adottato una Costituzione, proposta da  Bentick, nel 1812.

Dunque l’apprezzamento degli inglesi aveva fortemente incentivato l’esportazione di malvasia, facendo decollare l’economia dell’arcipelago.

Ma la rovina era in agguato: la fillossera,il male della vite, si era diffusa in Europa, interessando anche la Lombardia e la Sicilia.

Nella primavera del 1889, tramite fasci di canne che, adoperate per sostenere le viti, giunsero sull’isola, si diffuse l’epidemia, distruggendo il raccolto e provocando il collasso economico.

Venute meno le principali risorse economiche dell’arcipelago, non restava altra soluzione che l’abbandono della propria terra in cerca di fortuna.

Ebbe così inizio un massiccio esodo, indirizzato prevalentemente  nel Sud America: molti trovarono lavoro come mozzi, sulle navi transoceaniche, contribuendo a pubblicizzare ed amplificare il mito dell’ ”american dream”, la speranza di un futuro migliore, costituendo catene di richiamo.

 Alcuni diventarono agenti di navigazione, reclamizzando il Nuovo Mondo per incrementare la vendita di biglietti. Molti, grazie alle capacità imprenditoriali, riuscirono far fortuna, inserendosi produttivamente nella nuova società.

 

Ma tutti indistintamente patirono il trauma del distacco, dello sradicamento.

“Finita la guerra, con una economia agricola avviata al suo ineluttabile declino, in assenza di qualsiasi prospettiva di sviluppo e di progresso, ebbe inizio il secondo drammatico esodo…La gente partiva con una valigia di cartone e grande incertezza, confortati dalla speranza di un futuro migliore…Commovente l’addio all’isola , mentre il vaporetto si allontanava al fischio ripetuto della sirena di bordo. Ancora più commovente l’imbarco a Messina, sulla grande nave, fra lacrime e sventolio di fazzoletti, tutti confusi sul ponte con la folla anonima degli altri emigranti della Sicilia e della Calabria…(R. De Pasquale, Il mio tempo)

 

Gli anni della prima ondata migratoria, tra la fine dell’800 e i primi del ’900, che vide, insieme ad altre etnie,  una massiccia presenza di Italiani e Liparesi a Buenos Aires, coincide con la nascita del tango, che, ai suoi esordi si diffonde proprio nei bassifondi e nella zona portuale della città, alimentandosi di una nuova sensibilità: la  nostalgia della patria lontana, il dolore dello sradicamento, la memoria.

L’ansia del ritorno, volver, si esprime in una melodia struggente:

Torno al Sud

Come si torna all’amore

Torno da te

Con il mio desiderio, con la mia paura

Porto il Sud come  destino del cuore

Sono del Sud

sento il Sud

come il tuo corpo nell’intimità

ti amo Sud

ti amo.  (Vuelvo al Sur, F. Solanas/A. Piazzola)